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Capitolium, La storia degli scavi e le scoperte
 
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Parco Archeologico

Capitolium, La storia degli scavi e le scoperte

 
Nell’area archeologica del Capitolium ha avuto inizio la storia dell’archeologica bresciana stessa. Fu infatti a seguito di un invito ufficiale da parte della Congregazione Municipale che l'Ateneo di Scienze Lettere e Arti, nel 1822, si fece promotore della riscoperta della città romana. Scavando intorno a un capitello in pietra bianca che emergeva nel giardino di un palazzo, progressivamente vennero in luce i resti dell’antico tempio e di numerosi reperti che appartenevano all’edificio di culto o alle epoche che seguirono dopo l’abbandono di esso.
Gli scavi culminarono con la scoperta, del tutto inattesa, nel luglio del 1826, del deposito di grandi bronzi che hanno contribuito a rendere celebre la Brescia antica: tra due muri del tempio venne ritrovata la celebre Vittoria alata e, insieme ad essa, 6 teste ritratto in bronzo dorato, frammenti di statue, cornici decorate e liscie che dovevano rivestire le architetture del tempio, decorazioni di statue equestri e altri svariati elementi.
Vista l’importanza di quanto era emerso da questa felicissima campagna di indagini archeologiche, i membri dell’Ateneo e l’amministrazione comunale decisero di allestire nelle celle del tempio, appositamente restaurate e integrate soprattutto negli alzati, il Museo Patrio, primo museo cittadino.
Sotto l'attenta guida di Luigi Basiletti e Rodolfo Vantini, ai lacerti murari di età romana vennero sovrapposte, mantenendo pressoché inalterato l'antico andamento planimetrico, le nuove murature per ricostituire i tre ambienti chiusi utilizzati in antico come celle cultuali. Le aperture d'accesso delle due laterali furono chiuse con grate, mentre vennero aperti passaggi di comunicazione tra la cella centrale e le due minori, visibili ancora oggi. Per le nuove strutture furono impiegati materiali e tecniche di assemblaggio volutamente diversi rispetto a quelli romani, al fine di distinguere il tentativo, operato dai moderni, di riprodurre l'antico assetto architettonico.
Con criteri selettivi ed espositivi d'avanguardia per quel periodo, le numerose epigrafi, tutte provenienti esclusivamente dalla città e dalla provincia –ritrovate o donate-, vennero murate nel Museo.
Le epigrafi che non fu possibile trasportare nel Capitolium, perché murate in altri edifici o non consegnate da parte dei paesi della provincia presso i quali si trovavano, furono sostituite da copie dipinte, opere del pittore Joli, primo custode del costituendo Museo. Inoltre i pezzi frammentari vennero integrati dal Labus con "supplementi ... segnati a caratteri color giallo", con l'evidente intenzione di denunciare visivamente l'intervento operato sull'elemento antico.
Le epigrafi furono suddivise sotto l'esperta guida del Labus in sei classi tematiche: nella cella centrale furono murate le iscrizioni di carattere sacro, le onorarie, riguardanti membri sia della famiglia imperiale, sia di famiglie locali che vantarono presenze al Senato di Roma o che ricoprirono prestigiose cariche nell'amministrazione dell'Impero. Seguivano poi le iscrizioni sepolcrali, documenti indispensabili e preziosi per la ricostruzione di numerosi aspetti del mondo romano: organizzazione della società, magistrature, forme di culto e sacerdozi, collegia e sodalizi, spettacoli,... Sempre in questa sala venne collocata, ov'è visibile tutt'oggi, un'epigrafe che ricorda l'inaugurazione del Museo, avvenuta nel 1830.
Nella cella occidentale vennero raccolti oggetti di varia natura, divisi in due grandi classi: da una parte il frutto dei recenti scavi operati nel Capitolium stesso, dall'altra i materiali donati da istituzioni e privati cittadini o recuperati da altri edifici della città. I bronzi vennero esposti in grandi armadi, unitamente a medaglie e monete, mentre nel mezzo della sala campeggiava la statua della Vittoria.
Nella cella orientale erano murate le epigrafi definite "cristiane", e lungo le pareti laterali erano disposti frammenti di decorazioni architettoniche e sculture, e opere prodotte tra XIV e XVI secolo d. C.
Nell’edificio sono confluiti nel tempo numerosi reperti che progressivamente, nel corso degli anni, sono stati portati in luce a Brescia e nel territorio circostante.
Tra il 1938 e il 1945, in risposta alle sollecitazioni di Roma per le celebrazioni del bimillenario augusteo venne parzialmente ricostruito il pronao del tempio, innalzando le colonne con i frammenti superstiti e ricollocando una porzione del frontone con l’iscrizione che menziona l’imperatore Vespasiano.
Il contenuto "mobile" delle tre celle è stato soggetto nel corso degli anni alle esigenze pratiche che il dinamismo della vita del Museo imponeva: nuovi arrivi di materiali, necessità di un riparo più sicuro, migliori garanzie di conservazione e disponibilità di altri luoghi di deposito.
Nell’immediato dopoguerra vennero costruiti, tra il tempio e il colle retrostante, alcuni ambienti espositivi e di deposito, necessari visto l’incremento del numero delle opere e le esigenze conservative, soprattutto dei bronzi.
Con l’apertura nel 1998 del Museo della Città in Santa Giulia, e il trasferimento della maggior parte dei reperti nei percorsi di visita del nuovo Museo, è iniziata una nuova stagione di studi e scoperte intorno al Capitolium.
Le indagini archeologiche condotte a ridosso dell’edificio hanno portato in luce una sequenza di edifici di culto dal II secolo a. C., quando la città era ancora capoluogo dei Galli Cenomani e con Roma intratteneva rapporti commerciali e diplomatici.
Le tre ampie aule, liberate dai pesanti elementi lapidei, hanno rivelato la presenza di ancora buona parte del pavimento originale, in lastre di marmi policromi disposte a formare decorazioni geometriche (opus sectile): uno dei più estesi e meglio conservati dell’Italia settentrionale. L’accurato restauro e lo studio ne hanno permesso la datazione alla metà del I secolo d. C. e l’individuazione di tracce di restauri che aiutano a comprendere quanto il tempio sia rimasto in uso.
La ricognizione, il rilievo e lo studio dei numerosi elementi architettonici hanno permesso una ricostruzione corretta dell’alzato dell’edificio e la definizione delle principali fasi edilizie, culminate nel 73 d. C. con l’iscrizione del pronao che menziona l’imperatore Vespasiano.



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