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IL VIAGGIO DIPINTO

La mostra  propone il tema del viaggio attraverso le opere di alcuni maestri, in prevalenza bresciani, dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.
Velocemente e “dal vero”,  gli artisti fissano antiche rovine, lontani deserti, laghi e vallate sui fogli dei loro taccuini, oppure dipingono ad olio piccoli studi; al loro ritorno, nell’atelier, tali appunti visivi si traducono talvolta in tele anche di grandi dimensioni, dove i valori della luce atmosferica assumono, alla fine, un prevalente rilievo figurativo.
Luigi Basiletti a Roma e Napoli, Giuseppe Canella in Francia e Olanda, Giovanni Renica e Ippolito Caffi nel vicino Oriente, così come Faustino Joli, Francesco Filippini e Arturo Bianchi nelle valli bresciane e sul lago di Garda, restituiscono il paesaggio nella sua mutevole bellezza, tra cieli talvolta nuvolosi, aurore e tramonti.
L’esposizione si chiude con un dipinto di Romolo Romani che, al contempo naturalistico ed astratto, apre agli sviluppi dell’arte moderna.
 
Le opere esposte, qualora non sia diversamente indicato, appartengono alle raccolte dei Civici Musei di Brescia.
 
 
LE SEZIONI DELLA MOSTRA
 
Secondo un metodo sperimentato fin dal secolo precedente, i “pittori-viaggiatori” ottocenteschi fissano i luoghi visitati in piccoli studi, appunti eseguiti velocemente “dal vero” a matita, talvolta con l’aggiunta di stesure all’acquarello, oppure ad olio.
Almeno inizialmente, taccuini e tavolette rimangono nell’atelier del pittore quale repertorio figurativo trasferibile, all’occorrenza, su tele di maggiori dimensioni. Ciò si verifica nella produzione di Luigi Basiletti e di Giovanni Renica: mentre il primo percorre i celebri dintorni di Roma e di Napoli, il secondo raggiunge il vicino Oriente fino alle suggestive sponde del Nilo.
 
L’aggiornamento della pittura di paesaggio lombarda si deve al veronese, attivo a Milano, Giuseppe Canella; le sue vedute delle città dell’Europa settentrionale, pervase dagli effetti di luminosità atmosferica, apparvero allora come una novità sorprendente. La lezione di Canella si avverte poi nelle opere  dello stesso Renica e di Gerolamo Joli, dove l’attenzione si pone sui laghi prealpini e sulle vallate lombarde tra nebbie leggere, albe e tramonti.
   
Come esemplificano le opere di Luigi Lombardi, Francesco Fippinini e Arturo Bianchi, verso la fine del secolo i paesaggisti abbandonano le tradizionali esigenze di tipo descrittivo e prospettico per una maggiore immediatezza esecutiva, accentuata dalle tonalità dense e contrastate.
 
L’esposizione si chiude con un raro capolavoro di Romolo Romani: secondo una concezione ormai moderna, il paesaggio è contemporaneamente naturalistico e astratto, in quanto assume la funzione di non descrivere un luogo riconoscibile, ma di evocare l’essenza stessa di ogni altro paesaggio possibile.
 

LUIGI BASILETTI A ROMA E NAPOLI

Luigi Basiletti studiò prima a Bologna e, dal 1803, a Roma, allora considerata la “capitale” internazionale delle arti. Durante il soggiorno romano, conclusosi nel 1809, ebbe modo di frequentare i numerosi paesaggisti che, in prevalenza stranieri, andavano rinnovando la tradizione avviata da Claude Lorrain. Alla loro lezione si deve l’osservazione “profonda e ragionata della natura” attraverso la pratica del disegno all’aria aperta; nei dipinti, ciò si traduce in composizioni panoramiche di notevole acutezza descrittiva che, in particolare nei cieli nuvolosi e nelle “sfumate lontananze”, appare integrata da ricercati effetti atmosferici.
        
Gli itinerari seguiti da Basiletti  nella “campagna” romana, fino a Civita Castellana e alla cascata delle Marmore, cosi come i viaggi da lui compiuti a Napoli e nei suoi, altrettanto celebrati, dintorni dai Campi Flegrei a Pompei e a Paestum, sono testimoniati da alcuni taccuini e da un centinaio di disegni, anche di grandi dimensioni, destinati dallo stesso pittore alla Pinacoteca cittadina come “ricordi di viaggio”.
Secondo il gusto neoclassico allora dominante, le rovine degli antichi edifici, indagate con archeologica accuratezza, assumono un ruolo spesso centrale nella composizione, a sua volta animata da piccole figure di viandanti e di contadini che, nei loro tipici costumi, contribuiscono alla suggestione dei luoghi. Si inseriscono talvolta viaggiatori in abiti contemporanei, come accade in primo piano nella grande veduta di Tivoli: una coppia a cavallo contempla dall’alto le famose cascate e la cupola di San Pietro all’orizzonte, mentre un ragazzo regge una cartella adatta ai fogli da disegno.
 

GIUSEPPE CANELLA IN FRANCIA E IN OLANDA

Il pittore veronese ebbe un ruolo fondamentale nell’aggiornamento della pittura di paesaggio lombarda del primo Ottocento. Nel 1831 presentò a Milano alcune opere ispirate ai lunghi viaggi (iniziatisi nel 1819), dalla Spagna alla Francia, dall’Olanda alla Germania; da subito riscosse un successo tale da determinare, l’anno successivo, il suo ritorno a Milano. Attento conoscitore dell’arte del proprio tempo, il conte Paolo Tosio gli commissionò nel 1832 la veduta delle Tintorie di Rouen e, poco dopo, acquistò le due bellissime Vedute della Senna. Il suo esempio fu seguito da altri collezionisti bresciani, come Antonio Pitozzi e Camillo Brozzoni che, rispettivamente, acquistarono le altre tre tele esposte in questa occasione. Ancora dalle stesse raccolte provengono altri otto dipinti di Canella che, posteriori come datazione e in prevalenza di soggetto lombardo, sono pure conservati nei civici Musei.
 
Caso pressoché unico nella pittura italiana del tempo, invece di raggiungere Roma Canella scelse, come lui stesso scrive, di “ricominiciare la pittura con altri principi” e di “non copiare che la natura (…) d’appresso il vero”. Accostandosi al virtuosismo descrittivo proprio della tradizione fiamminga e olandese, il pittore sembra voler catturare la variabile apparenza degli effetti determinati della luminosità atmosferica e raccontare, con altrettanta precisione, la vita quotidiana lungo i fiumi e i canali delle città nordiche. Al contrario, nella notevole Marina, forse ambientata sulle coste della Dalmazia o della Grecia, i dettagli quasi si fondono nel controluce del sole nascente; la scena, pervasa da un romantico “sentimento della natura”, appare come sospesa  tra la notte e il giorno, tra le rocce scoscese e il mare immobile.
 
 
GIOVANNI RENICA E IPPOLITO CAFFI IN ORIENTE

Giovanni Renica, Veduta del tempio di Ramesse III a Medinet Abu
Giovanni Renica è da considerare tra i primi pittori italiani che si recarono nel vicino Oriente; il  lungo viaggio è documentato da numerosi disegni e piccoli dipinti ad olio che, nel loro insieme, compongono una sorta di  dettagliato reportage  per immagini. Dall’estate del 1839 alla primavera successiva, Renica visitò Atene (agosto), il Cairo e il medio Egitto fino a Luxor (novembre), Gerusalemme (gennaio 1840), Cipro e Costantinopoli (marzo). La varietà dei soggetti riflette la curiosità del viaggiatore che, sia pure attratto all’atmosfera di un tramonto o dall’imponenza delle antiche rovine, poco concede alle fantasiose elaborazioni prevalenti nella posteriore pittura di genere orientalista. Dotato di apprezzabili attitudini grafiche, Renica descrive i luoghi con  un’attenzione spesso analitica che, talvolta, si estende alla situazione luminosa contingente attraverso l’aggiunta di stesure all’acquarello o ad olio.
 
Alle immagini riportate in patria sono riferibili numerose tele maggiore dimensione; tra queste rientra il Tramonto sul Nilo, probabilmente da identificare con uno dei dipinti presentati nel 1841 all’esposizione di Brera. Rispetto al corrispondente veloce appunto a matita eseguito “dal vero” (qui esposto),  si aggiungono personaggi in costume orientale, palme e feluche che traducono la scena in un raffinato racconto ambientale.
 
Anche la notevole Veduta della piazza dell’Ippodromo a Costantinopoli, eseguita da Ippolito Caffi al ritorno dal vicino Oriente, deriva da un disegno a matita tracciato sul luogo nel 1843 (ora Venezia, Museo d’Arte Moderna di Cà Pesaro); la visuale comprende al centro l’obelisco di Teodosio e la colonna di Costantino VII, mentre a sinistra si profilano Santa Sofia e la moschea del sultano Hamed. La scenografica vastità della piazza e le sue presenze monumentali appaiono, progressivamente in distanza, quasi evanescenti, come assorbite dal tramonto in controluce.
 
 
IL PAESAGGIO LOMBARDO DALLE PREALPI AI LAGHI

Fin dalla prima metà dell’Ottocento, i monti e i laghi della provincia diventano motivo d’ispirazione di alcune tele di Luigi Basiletti e di Angelo Inganni; di quest’ultimo si presenta la Villa del Taglietto; con l’immediatezza tipica di un plein air, il paesaggio è pervaso da una luminosità solare che esalta il biancore degli intonaci  e delle lenzuola stese ad asciugare, così come le tonalità verdeggianti delle colline in lontananza. Il viaggio si limita tuttavia alla porta di casa: il punto di vista coincide con la villa della Santissima, abitata dallo stesso pittore.
 
La lezione di Giuseppe Canella meglio si avverte nel suo “allievo” Giovanni Renica, in particolare negli “studi d’aria” (così da lui definiti) dove le tradizionali esigenze di riconoscibilità dei luoghi appaiono quasi del tutto superate dalla transitoria apparenza degli effetti atmosferici.
 
Occasionale allievo di Renica, Faustino Joli non si allontana troppo dalla città, come si desume dal folto gruppo di dipinti di dimensioni ridotte provenienti dal suo studio. Tra questi si riconosce il modello, eseguito di fronte al motivo, della tela esposta che, con più diligente puntigliosità descrittiva, rappresenta lo stesso vasto panorama illuminato dal sole filtrante dalle nuvole temporalesche. 
                               
L’utilizzo delle tavolette da viaggio fu trasmesso dallo Joli al suo allievo Arturo Bianchi che, nei primi anni del Novecento, percorre le sponde del Lago di Garda fino ai monti del Trentino. I piccoli dipinti, allora pure definiti come “impressioni”, sono da considerare tra gli esiti finali di una lunga tradizione vedutistica, anche se le stesure di colore, addensate in superficie con abile immediatezza fenomenica, rimandano ormai al coevo paesaggio postromantico.
 
Francesco Filippini è considerato tra i protagonisti della pittura non solo bresciana del tardo Ottocento. Le due tele esposte non sono riferibili a luoghi precisi: il paesaggio assume valenze soprattutto espressive, si riduce a un pretesto per un virtuosistico sovrapporsi e frangersi di brevi pennellate dalle tonalità continuamente variate, eppure tali di evocare l’atmosfera autunnale delle Prealpi lombarde. Luigi Lombardi, suo coetaneo, sembra piuttosto ispirarsi al Lago d’Iseo. Il titolo originale della tela esposta Effetto d’un lago specchiante un borgo, ben corrisponde tuttavia alla generica indeterminatezza del luogo e all’attenzione posta dal pittore sulla continuità dei rapporti cromatici e luminosi che si stabiliscono tra le barche, gli edifici e le acque.           
 

Il viaggio dipinto
30.11.2013 - 06.01.2014
Museo di Santa Giulia, Sala dell'affresco
Ingresso con il biglietto del museo

Mostra a cura di
Elena Lucchesi Ragni
Maurizio Mondini
Civici Musei d’Arte e Storia
 
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