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La scuola bresciana del '500
 
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La scuola bresciana del '500
I capolavori. L'Angelo di Raffaello


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Pinacoteca Tosio Martinengo

La scuola bresciana del '500

 
 
Dopo il segno lasciato da Vincenzo Foppa, maestro bresciano dell’innovazione nella pittura lombarda del Quattrocento, pioniere di un’arte raffigurativa attenta ai valori naturalistici e al verismo dei corpi, la tradizione pittorica locale si sviluppa nel Cinquecento con tre figure di riferimento come Romanino, Moretto e Savoldo.
Si parla, in proposito, di una “scuola” bresciana, per indicare lo stile adottato, concreto e centrato sull’intento narrativo attorno all’uomo e alla natura, con un occhio realista e una cura particolare agli effetti della luce.

Girolamo Romani detto il Romanino (Brescia, 1484/87–1560), “il solo e vero grande sdegnoso e sdegnato barbaro dell’intero Cinquecento italiano”, secondo la definizione del critico Testori, si forma in ambiente veneziano, rielaborando successivamente la lezione lagunare con il naturalismo lombardo e l’influenza delle stampe nordiche.
La sua è una pittura dirompente ed espressionistica, libera da schemi e convenzioni, dove la vita si mischia con l’arte, fino a prendere colori inaspettati e tratti sgrammaticati (fra i quadri oggi custoditi nei più grandi musei si ricorda la Madonna col Bambino, conservata al Louvre, il Compianto sul Cristo morto, già in San Lorenzo a Brescia e ora nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Salomè, ora al Bode Museum di Berlino).
 
Se Romanino, come è stato detto, con la sua arte realista e faticosa, prefigura un’Italia quale sarebbe stata senza il Concilio di Trento, Alessandro Bonvicino detto il Moretto (Brescia, 1498 circa–1554) rappresenta la sua esatta antitesi, con le figure equilibrate e nitide che ne fanno un interprete convinto dello spirito della Controriforma. Non è casuale, infatti, la sua presenza attiva nella Compagnia della Custodia delle Sante Croci nel Duomo vecchio di Brescia, e la scelta, come tema ricorrente delle sue pale, del sacrificio eucaristico, indirizzato contro le tesi luterane.
Il caso vorrà che proprio i due opposti si incrocino nella Cappella del Sacramento della chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia, entrambi chiamati a decorarla nel 1521.
Romanino è reduce da un piccolo smacco, i nuovi consiglieri della Fabbriceria del Duomo di Cremona l’hanno licenziato mentre era arrivato solo alla metà delle decorazioni commissionategli in cattedrale, preferendogli il Pordenone; il giovane Moretto, invece, è già un rinascimentale in piena regola, alla ricerca di un rigore narrativo che nelle sue opere si fa intima religiosità (fra queste si ricorda la tela del Ritratto di giovane uomo, del 1540-45, conservata alla National Gallery di Londra, l’Allegoria della fede, al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo e il Cristo e l’angelo, nella Pinacoteca Tosio Martinengo).
Sarà un incontro-scontro, fra i due, che nella cappella bresciana si guarderanno e si conosceranno, mantenendo però la loro diversa poetica pittorica, come emerge lampante dagli affreschi: tanto tormentata in Romanino, quanto pacata e intima in Moretto, che diventerà in pochi anni, con la sua bottega, il pittore più ricercato di tutta Brescia, ricevendo, fra gli altri, l’incarico di eseguire l’”Assunta” per l’altare maggiore del Duomo Vecchio.
Romanino, al contrario, se ne fuggirà prima a Trento, a decorare il Castello del Buonconsiglio su commissione del cardinale Bernardo Cles (1531-32), e successivamente nel contesto semplice e incontaminato della Valle Camonica, fra la gente più umile, nelle piccole chiese dove sentiva di poter sviluppare al meglio la sua ansia di libertà espressiva.

Giovanni Girolamo Savoldo (Brescia, 1480-1548), nato in una famiglia che si crede oriunda di Orzinuovi, fortezza posta al confine con il cremonese, ispirò invece la sua indagine compositiva ad un lirismo intenso, dalle atmosfere raccolte.
Una raffinatezza che gli venne forse dall’ambiente fiorentino, dove l’artista si immatricolò, nel 1508, nella corporazione dell’Arte dei medici e degli speziali (che allora accoglieva anche gli artisti). La moglie fiamminga, che contribuì a rinsaldare i rapporti con la pittura del nord, le buone conoscenze in campo musicale – che Savoldo traspone con inedite variazioni di tono sulle sue tele - e lo stesso temperamento del pittore, introverso, romantico e con una vena sognatrice, sono alla base di quadri profondamente evocativi, come il Ritratto di gentiluomo con flauto (in Pinacoteca Tosio Martinengo) o il San Matteo e l’Angelo, oggi conservato al Metropolitan Museum di New York, la Deposizione del Kunsthistorisches Museum di Vienna, l’Adorazione del Bambino delle collezioni reali inglesi di Hampton Court.
Come gli inizi, anche gli ultimi anni del pittore sono avvolti dall’oscurità, squarciata solo dall’Aretino, che nel 1548 lo definisce “un ottimo vecchione”, tradendo tuttavia l’isolamento in cui il pittore si era relegato negli ultimi anni di vita. Ben presto dimenticato, Savoldo sarà riscoperto solo nella seconda metà del XIX° secolo.



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