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Museo di Santa Giulia

Vittoria Alata

 
Venere o Vittoria?

E’ una storia avvincente quella che connota la statua della Vittoria Alata, rinvenuta insieme ad altri oggetti bronzei nel deposito scoperto nell’intercapedine del Capitolium durante gli scavi del 1826, per iniziativa dell’Ateneo di Brescia e del Municipio. La statua venne fatta sfilare per le vie della città con tutti gli onori, issata su un carro e accompagnata dalla banda e dalle campane a festa, alla presenza delle massime autorità cittadine, per essere poi provvisoriamente esposta presso l’ex convento di San Domenico.
Realizzata in bronzo, secondo la tecnica della fusione a cera persa, e giunta a noi in ottimo stato di conservazione, la statua, alta 191 cm, è modellata sulla tradizionale iconografia antica della Victoria, come figura femminile alata, avvolta in una tunica e cinta sui fianchi da un mantello (l’himàtion).
Per quasi duecento anni la Vittoria, simbolo della città di Brescia, è stata interpretata come un’opera romana del I secolo d.C., dea del trionfo che fra le braccia protese regge con la mano destra un ideale scudo (oggi scomparso), dopo avervi iscritto a cesello i nomi dei vincitori. Il piede sinistro, leggermente sollevato, doveva poggiare su un elmo dedicato a Marte, dio della guerra.
A seguito di nuovi studi, nel 2003 l’impostazione fino ad allora condivisa ha conosciuto un inatteso capovolgimento: l’origine dell’opera è stata infatti anticipata di quattro secoli, e spostata nel cuore del Mediterraneo, in un santuario ellenistico che poteva essere quello di Corinto, Rodi o Alessandria d’Egitto (è curioso notare come i primi testi sulla Vittoria, fra cui quello del 1828, compilato da Monti, Sabatti e Basiletti della Commissione delegata agli scavi, riferivano di un “lavoro non dubbio di greco artefice”).
Da simbolo civile e militare, la donna plasmata nel bronzo si è trasformata in dea dell’amore, quale doveva essere alla metà del III secolo a.C., data della sua realizzazione. Secondo i nuovi studi, dunque, non ci si troverebbe più di fronte a una replica romana, ma ad uno dei pochi bronzi di età ellenistica conservati.
L’opera originariamente non aveva le ali, e rappresentava la dea Afrodite che ammira il proprio riflesso nello scudo di Ares-Marte, secondo una posa descritta da Apollonio Rodio nelle Argonautiche. Il morbido panneggio, la misurata torsione del busto, il gioco delle proporzioni e degli equilibri plastici fanno pensare a influenze dei modelli classici di Fidia, Callimaco e Lisippo.
La statua sarebbe giunta a Roma come bottino di guerra, e successivamente donata alla città di Brixia da una figura sicuramente importante, probabilmente Vespasiano (lo stesso imperatore cui venne dedicato il Capitolium), dopo la vittoria su Vitellio del 69 d.C.
L’ipotesi ellenistica, per quanto suggestiva, ha incontrato tuttavia anche qualche perplessità: le indagini sulla statua continuano, dopo che nel 2003 alla Vittoria sono state temporaneamente tolte le ali, per riscoprirla Venere e metterla a confronto con l’Afrodite Capua – Perge del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in un apposito padiglione allestito proprio a Santa Giulia.



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