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Museo di Santa Giulia

Ermengarda

 
Figura immersa nelle nebbie della storia, Ermengarda, secondo la tradizione, figlia di Desiderio, re dei Longobardi, asceso al trono nel 756, venne data in sposa a Carlo Magno (770), per rinsaldare l’amicizia con il popolo dei Franchi nel momento di massima precarietà del regno, minacciato a nord dagli stessi Franchi e a sud dal nascente Stato pontificio. Ripudiata dal re carolingio nel 771 col pretesto di non riuscire a dargli un erede, si sarebbe rifugiata a Brescia, nel monastero femminile, fondato per volontà di Desiderio e della moglie, la regina Ansa, dove sarebbe spirata, dopo aver appreso delle nuove nozze di Carlo con la sveva Ildegarda sempre nel 771, per venire poi sepolta fra le mura del convento.

Dalle ricerche storiografiche la figura di Ermengarda esce avvolta più nella leggenda che nella realtà: se è stato ricostruito che effettivamente una delle figlie di re Desiderio andò sposa, per fini politici, al futuro re dei Franchi, il nome esatto della principessa longobarda rimane ignoto. L’appellativo di Ermengarda, infatti, si evince solamente in un testo posteriore del Quattrocento, mentre le fonti più antiche ne riportano il nome di Desiderata, quale figlia del re longobardo e della regina Ansa, sorella del principe Adelchi e di Anselperga, la badessa del convento di San Salvatore.

Gli storici indagano ancora le analogie con l’epopea tragica e struggente dell’Ermengarda manzoniana, resa immortale nell’Adelchi. Fra le mura del monastero sono tuttora rintracciabili le atmosfere che dovevano caratterizzare la vita claustrale all’interno del cenobio, tanto da intrecciare leggenda e realtà, e da far sembrare verosimile l’ipotesi della presenza di una sepoltura di Ermengarda a San Salvatore, dove il Manzoni la fa spirare e dove è stata riconosciuta quella originale, ad arcosolio, della fondatrice Ansa.
Figura riscoperta dai Romantici, Ermengarda incarna da un lato la devozione e la pienezza della passione femminile, molto vicine alla sensibilità contemporanea, dall’altro la sconfitta dell’empito del cuore davanti alla ragion di stato.
 
La principessa longobarda, prima sposa, poi donna innamorata nonostante il ripudio, rappresenta uno specchio del suo popolo, che storicamente, nel 774, passa dalla condizione di vincitore a quella di vinto, sconfitto dalle armate carolinge, dopo due secoli di dominio in Italia (568-774 d.C.).
La politica aggressiva di Desiderio nei confronti della Chiesa, infatti, con l’invasione di Roma nel 772, porterà il nuovo papa, Adriano I, a richiedere l’aiuto dei Franchi, che guidati da Carlo Magno varcheranno le Alpi e arriveranno al cuore del regno longobardo, la capitale Pavia, con un assedio (nel 774) che costringerà la città alla resa. Desiderio verrà sconfitto a Susa e tenuto prigioniero in un monastero, in Francia, dove morirà, mentre il principe Adelchi si arrenderà a Verona.
 
Se per il Manzoni il dramma di Ermengarda, discesa dalla stirpe degli oppressori e purificatasi attraverso la sofferenza, per essere degna di un amore più alto e ultraterreno, tematizza il concetto della provvida sventura, per gli storici offre lo spunto per approfondire l’inedito ruolo delle donne vicine a re Desiderio. Nella società del tempo, infatti, dove la condizione femminile era ancora di sottomissione estrema all’universo maschile, figure come quella della regina Ansa, donna colta e dalle sottili intuizioni politiche, o delle figlie Anselperga, carismatica badessa di San Salvatore, e Adelperga, andata sposa al duca di Benevento e animatrice della rinascita culturale del sud, rimandano a un protagonismo politico e sociale dai tratti quasi moderni.
Quanto ad Ermengarda, se la verità storica lascia celati ancora troppi indizi, a renderla immortale rimangono i versi della tragedia Adelchi di Alessandro Manzoni, ambientati proprio a Santa Giulia, come la celebre apertura del Coro dell’Atto IV, e la chiusa, che dipingono l’agonia terrena della principessa ripudiata:

Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel.
(…)
Te, dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provvida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.
 
 
 
                                                                                                                             Il fumetto è in vendita presso il bookshop 
                                                                                                                             del Museo di Santa Giulia, via Musei 81/b
                                                                                                                             Ingresso in museo non obbligatorio



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